Una cucina mediterranea tra identità, visione contemporanea ed equilibrio tra sala e cucina.

Ci sono cucine che non vivono di tendenze, ma di continuità. Percorsi che si costruiscono nel tempo attraverso una visione stabile, riconoscibile, capace di evolvere senza perdere direzione. È il caso di Enoteca La Torre Villa Laetitia, due stelle Michelin nel cuore del quartiere Prati – Della Vittoria, all’interno di una dimora liberty che oggi è insieme hotel, residenza e luogo di ospitalità firmato da Anna Fendi Venturini.

Qui, dal 2016, la cucina ha trovato una voce precisa: quella di Domenico Stile. Classe 1989, originario di Castellammare di Stabia e cresciuto a Gragnano, lo chef porta a Roma una visione mediterranea che resta il filo conduttore di tutta la sua evoluzione. Un percorso costruito tra esperienze importanti accanto a maestri come Vissani, Cannavacciuolo, Crippa, Bottura e Nino Di Costanzo, fino all’estero, da Alinea a Chicago. Una formazione ampia, ma sempre filtrata da un legame forte con la propria terra.

Intorno al ristorante si muove oggi anche la struttura di Enoteca La Torre Group, guidata da Silvia Sperduti e Michele Pepponi: una realtà che unisce fine dining, format contemporanei e un comparto catering ed eventi tra i più rilevanti del settore, capace di lavorare con brand e istituzioni internazionali. Un ecosistema che ha contribuito a consolidare il posizionamento del progetto Villa Laetitia come una delle tavole più solide della ristorazione italiana.

In questo contesto nasce “Remuage”, il nuovo menu degustazione pensato per celebrare i dieci anni romani dello chef. Un nome che richiama il movimento lento e continuo dello Champagne durante la sua evoluzione, e che diventa metafora del percorso stesso del ristorante: trasformazione costante, ma senza strappi. Un’idea che riporta al centro anche la sala, elemento sempre più centrale nell’esperienza complessiva.

La cucina del nuovo percorso si muove su una continuità evolutiva più che su una rottura. Piatti che cambiano nel tempo ma restano riconoscibili, come il gambero reinterpretato con richiami vegetali e note aromatiche, lo gnocchetto di ricotta che dialoga tra tradizione campana e memoria antica, fino a preparazioni più contemporanee come la triglia in abbinamento a tecniche e salse di matrice internazionale. Il tutto accompagnato da un lavoro importante sul pairing, con lo Champagne a definire la struttura dell’esperienza.

Ma è il rapporto tra cucina e sala uno degli elementi più distintivi del progetto. Molte preparazioni vengono completate direttamente al tavolo, non come gesto scenico ma come parte integrante del percorso gustativo. Temperature, consistenze e profumi diventano così elementi vivi, gestiti in tempo reale, in un dialogo continuo tra brigata e servizio.

Negli anni, Enoteca La Torre è cresciuta anche come realtà imprenditoriale, superando i confini del singolo ristorante. Il gruppo oggi conta una struttura ampia, con oltre 150 persone coinvolte e un’organizzazione che integra ristorazione e grandi eventi, mantenendo però un equilibrio costante tra dimensione operativa e ricerca gastronomica.

Nonostante questa crescita, la cucina di Stile ha mantenuto una direzione chiara. Nessuna rincorsa ai trend, ma una continuità mediterranea che privilegia leggibilità, identità e materia prima. Una scelta precisa in un panorama in cui l’alta ristorazione tende sempre più spesso alla spettacolarizzazione o alla contaminazione estrema.

Il riconoscimento delle due stelle Michelin, arrivato nel 2022, ha rappresentato un passaggio importante, ma non ha modificato l’impostazione del lavoro. Più che un punto di arrivo, ha consolidato una traiettoria già definita, rafforzando la relazione con un pubblico sempre più consapevole e preparato.

Villa Laetitia resta così un luogo dove estetica, contesto e cucina convivono in equilibrio. La presenza di Anna Fendi, attenta al dettaglio e alla dimensione formale dell’esperienza, contribuisce a definire un’identità precisa, in cui eleganza e misura diventano parte del linguaggio gastronomico.

Tra i piatti che più rappresentano la visione dello chef restano alcune firme ormai identitarie, come il risotto ai sette limoni di Amalfi o la pasta mista legata alla tradizione campana, espressioni di una cucina che parte dalla memoria per costruire una narrazione contemporanea.

Oggi, a dieci anni dall’inizio del suo percorso romano, Domenico Stile rappresenta una delle figure più solide dell’alta ristorazione italiana. Una cucina che non cerca la rottura, ma la continuità. Un progetto che cresce nel tempo, senza perdere centro.

E forse è proprio questo il punto: non arrivare altrove, ma restare in movimento. Con misura. Come nel remuage.

Di Clementina Gallo

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