Un patrimonio che parla al mondo

Il riconoscimento UNESCO alla cucina italiana è finalmente arrivato, ma non nel modo in cui molti se lo immaginano. Nessun elenco di ricette iconiche, nessuna difesa rigida di tradizioni immutabili, nessuna bandiera piantata su piatti “intoccabili”. Al contrario, l’UNESCO ha premiato qualcosa di molto più profondo: il valore culturale, sociale e identitario del cibo nella vita degli italiani.

Il percorso di candidatura, avviato nel 2020 grazie al lavoro congiunto de La Cucina Italiana, dell’Accademia Italiana della Cucina e di Casa Artusi, si è concluso durante il Comitato Intergovernativo UNESCO di Nuova Delhi. Un traguardo che si inserisce in una storia già ricca di riconoscimenti gastronomici italiani, come la Dieta Mediterranea, l’Arte del pizzaiuolo napoletano o la cerca del tartufo, ma che per la prima volta riguarda una cultura culinaria nella sua interezza.

Il dossier approvato dall’UNESCO porta un titolo che può trarre in inganno – “Cucina italiana tra sostenibilità e diversità bio-culturale” – ma il cuore del progetto non è la cucina in senso tecnico. Non si parla di piatti “autentici”, né di ricette da preservare come reliquie. Il riconoscimento racconta piuttosto il rapporto quotidiano degli italiani con il cibo: un linguaggio comune, un gesto sociale, un collante tra territori, generazioni e comunità.

Il cibo, in Italia, è parte della normalità: scandisce le giornate, crea occasioni di incontro, racconta storie di migrazioni, scambi e contaminazioni. Ed è proprio questa capacità di assorbire influenze, trasformarsi e dialogare con altre culture ad aver reso la cucina italiana universale.

Nei primi anni la candidatura aveva sollevato non poche perplessità. Parlare di “cucina italiana” rischiava di alimentare derive di gastronazionalismo e di irrigidire un patrimonio che, per sua natura, è fluido e in continua evoluzione. Critiche legittime, che nel tempo hanno portato a una profonda revisione del dossier.

Grazie al contributo di studiosi come Massimo Montanari e Pier Luigi Petrillo, il progetto ha preso una direzione più consapevole: abbandonare l’idea di una cucina unitaria e codificata per raccontare invece un ecosistema culturale aperto, inclusivo, mai standardizzato. In Italia – e spesso anche nella stessa famiglia – uno stesso piatto può avere infinite interpretazioni. Ed è proprio qui che risiede la sua forza.

Il riconoscimento UNESCO non afferma una supremazia culinaria, né una “vera tradizione nazionale” da difendere contro il resto del mondo. Al contrario, certifica che il cibo è cultura, dialogo, relazione. Un ponte tra popoli, territori e storie diverse.

La sfida ora sarà raccontare correttamente questo traguardo, evitando semplificazioni e strumentalizzazioni. Perché il vero patrimonio della cucina italiana non è la rigidità, ma la sua straordinaria capacità di cambiare, accogliere e reinventarsi. Ed è proprio questo spirito, più che qualsiasi ricetta, ad essere entrato ufficialmente nella storia.

Di Carlotta Bernardini

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